Sybell

DAL BUIO ALLA LUCE: COME LA MUSICA E LA SCRITTURA MI HANNO SALVATO LA VITA (PT 2)

Dov’eravamo rimasti?
Ah sì, il fantasy ed i miei mondi immaginari. Poi, credo tra la seconda e la terza superiore, è arrivata Anne Rice, con i suoi vampiri filosofi, ambigui e sensuali. Nello stesso periodo è arrivata la poesia. E la chitarra. BOOM.

Non fu una detonazione rumorosa, forse più un’auto-implosione, un’autocombustione. Ci furono anche degli eventi concreti di vita adolescenziale che contribuirono ad accendere la miccia, tra i quali un rifiuto amoroso dopo la prima “dichiarazione” della mia vita. Assurdamente e con mia gran sorpresa, tenendo conto del comportamento estremamente introverso che avevo manifestato fino a quel momento, quel rifiuto fu il motore del vero inizio del mio viaggio.

Fu essenziale anche il mio primo avvicinamento alla psicologia. Frequentavo il liceo scientifico, perciò l’approccio fu autodidatta (e tale sostanzialmente è rimasto sino ad oggi, anche durante l’università). Trovai un manuale di psicologia base nella fantomatica libreria di famiglia (non ringrazierò mai abbastanza i miei genitori per aver messo a disposizione tutti quei libri, inconsapevolmente, perché nessuno mi forzò mai a leggere… avevo una naturale attrazione per le pagine e l’inchiostro). Risaliva probabilmente agli anni ’80, perciò tante idee erano ormai superate e desuete, ma gettò le basi per le letture successive. Un libro importantissimo, che mi diede letteralmente un calcio in culo, fu “Prendi la vita nelle tue mani” di Wayne Dyer. 

Prima la mia introspezione era “stagnante” in se stessa, chiusa, piena di giudizio nei confronti miei e degli altri, di rabbia narcisistica inespressa. Ora, qualcuno mi mostrava che potevo prendere in mano la mia vita, prendermi la responsabilità delle mie azioni. Mi venne voglia di cambiare. 

Misi a punto un programma per mettermi in forma. Sono sempre stata normopeso, ma all’epoca ero un po’ paffutella e non mi piacevo minimamente, il mio viso era gonfio e tendevo ad avere un portamento leggermente curvo, ripiegato su se stesso. A posteriori penso fosse il perfetto sunto biologico di ciò che avevo dentro: ristagno e chiusura. Cominciai ad camminare diversamente, come un albero nato vecchio che improvvisamente aveva voglia di viversi la giovinezza che gli spettava di diritto. 

Iniziai a suonare la chitarra, per i primi mesi completamente da autodidatta ma con costanza e cocciutaggine, utilizzando le lezioni che trovavo con la mia connessione d’avanguardia a 56k su chitarradaspiaggia.com. All’inizio nemmeno capivo come produrre il suono. La cosa assurda è che mia madre suonava la chitarra, aveva addirittura provato a farmela suonare a 11 anni, ma all’epoca non mi piacque. Probabilmente perché, da figlia degli anni ’60, mi proponeva i primi accordi “da spiaggia”, che imparai solo diverso tempo dopo. All’epoca scoprii l’esistenza del metal, grazie ai Linkin Park ed agli Evanescence, e iniziò un innamoramento (ormai divenuto matrimonio) per la sei corde. In realtà già “componevo” musica da anni, perché a mio padre avevano regalato un cd con il software “Sonic Acid Foundry”. Metteva a disposizione dei loop che io mescolavo ad orecchio e istinto, dopodiché ci facevo cantare sopra mia madre, col microfono del karaoke da 20 euro della SME. Col senno di poi mi pare assurdo, ma in effetti ho iniziato a “comporre” prima d’imparare a suonare.

Iniziai a suonare per puro caso, non so nemmeno il perché, probabilmente la sei corde mi chiamò, come facevano i libri… C’era una chitarra in soffitta, la portai giù. Per un po’ di mesi andai avanti da sola, dopodiché feci pressione ai miei per comprarmi una chitarra elettrica (il classico starter pack chitarra + amplificatore della Fender) e mandarmi a lezione nella scuola del paese. Vi trovai Denis Biason, un insegnante bravissimo, perché mi faceva solfeggiare gli Iron Maiden sullo spartito e mi faceva suonare i riff in tremolo picking dei Marduk in sestine, a tempo. Sant’uomo. Mi diede i primi rudimenti, mi corresse l’impostazione della mano destra e mi crebbe per i miei primi due anni. M’incoraggiò anche nelle mie prime composizioni, che registravo con Cubase (e con il fedele microfono da 20 euro effetto water incorporato). Non tentò mai di cambiare la mia natura metallara o di farmi suonare la chitarra classica, che probabilmente all’epoca avrei odiato. Il primo insegnante è fondamentale e non potrò mai ringraziare abbastanza Denis per questo, perciò: GRAZIE.

Studiavo con molto impegno, quasi ossessionata. Scaricai da internet moltissimi manuali in pdf, tra i quali quelli del mitico Troy Stetina, che mi permisero di approcciarmi in maniera organizzata alla chitarra rock e metal, l’unico genere che consideravo all’epoca. Al primo saggio portai i soli di “Welcome home sanitarium” dei Metallica e al secondo anno, intrippata dagli svarioni onanistico-solistici, “For the love of god” di Steve Vai. C’è ancora il video da qualche parte. Poi gli portavo gli spartiti degli Opeth, dei Type O Negative, dei Paradise Lost, eccetera. Ascoltai tantissimo metal in quegli anni, andando a scoprire e catalogare gruppi e sottogeneri. Il mio primo gruppo, a diciotto anni, al mio secondo anno e mezzo di studio, fu black metal. Se penso ancora ai set fotografici girati in mezzo alla campagna sanvitese, con le catene finte e le borchie cinesi, rido tantissimo. Eccomi qui con la mia Jackson RR3, la seconda chitarra che acquistai con la benedizione di una madre estremamente comprensiva:

Devo dire un enorme “GRAZIE” anche ai miei genitori, che non cercarono mai di forzarmi a cambiare in direzioni per me innaturali. Se ascoltavo metal (magari con volumi non troppo alti), per loro non era un problema. Sono stata molto fortunata. Forse mi lasciavano abbastanza libera perché a scuola andavo bene. Adoravo studiare, anche se m’impegnavo al 90%, in particolare sulle materie che m’interessavano. Il 100% non l’ho mai dato, perché in fondo ho sempre tollerato fino ad un certo punto voti ed istituzioni. Ho sempre pensato che quel 10% che non davo alla scuola lo investivo in vita, musica, scrittura e – tempo dopo, quando “uscii dalla trincea” – nel relazionarmi col mondo dei vivi. Dimenticavo: a 16 anni iniziai anche a cantare grazie al gothic metal e soprattutto a Cristina Scabbia dei Lacuna Coil, che aveva un’estensione ed un timbro piuttosto simile al mio. Mi diede la spinta per iniziare a “tirare fuori la voce”. C’è molto di spirituale anche in questo: il quinto chakra è sempre stato un punto problematico per me. L’esprimere, il tirare fuori, il portare nel mondo le mie creazioni e la mia voce… Ho impiegato anni per concedermi di farlo. Ma questa è un’altra storia, c’è tanto da dire e per oggi mi fermo qui.

Questa è la condivisione del mio viaggio. Non vuole dare regole, solo prospettive. Credo però che molti di voi potranno ritrovarsi in alcuni miei pensieri, situazioni, modi d’essere. Facciamo pur sempre parte dello stesso mondo: c’è un filo rosso che lega tutte le vite e le morti. Pensate a come la “ragnatela” possa diventare, cambiando prospettiva, una rete neurale, in cui tutti possiamo scambiare pensieri, sensazioni, ricordi. Possiamo contribuire gli uni all’arricchimento degli altri. Credo fermamente in questo. Il vostro viaggio, perciò, è anche il mio, e vi ringrazio, perché i mondi che sono entrati nella mia vita, anche per un solo attimo, hanno cambiato il mio ecosistema. Noi non siamo in viaggio: siamo IL VIAGGIO.

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