Sybell

L’OMBRA NASCOSTA DENTRO DI NOI: CHI E’ IL CATTIVO PADRE?

Oggi ho il piacere di condividere pensieri e riflessioni su carta (o meglio, su bit) con Fabio de Luca, coach e molto altro. Il commento che ha scritto in risposta al mio articolo sulla guerra tra uomo e donna mi ha incuriosita molto, al punto da proporgli questa piccola collaborazione. Ho voluto fargli qualche domanda sulla figura del “cattivo padre” (contrapposta/legata alla “cattiva madre” dell’articolo), per esplorare da un punto di vista maschile le dinamiche della guerra uomo/donna, maschile/femminile, che tutti ci portiamo dentro (e fuori). 

1. Che cos’è per te il “cattivo padre”?

Un “cattivo padre” è un principe azzurro che non permette alla propria principessa di sviluppare le sue doti ed insegna ai propri figli a tarpare le ali al loro partner, per poterlo controllare. Un “cattivo padre” cade nel tranello di seguire i finti desideri della “cattiva madre”, che sembra chiedere la propria felicità attraverso la creazione di un rapporto di finta sudditanza: questo impedisce lo sbocciare dei talenti e crea come unico risultato la costruzione di una dinamica di vittima/carnefice.

2. Considerando che qui si parlava della guerra tra uomo e donna, approfondiamo ora il rapporto tra “cattivo padre” e “cattiva madre”: come si manifesta la dinamica vittima/carnefice, in questa guerra di coppia? E come pensi si potrebbe fermare?

Il “cattivo padre” s’arrabbia e diventa carnefice, perché quel che viene fatto per la “cattiva madre” non è mai abbastanza e si sente messo sott’attacco. Allora rimette al proprio posto la “cattiva madre”, spesso in modo violento, fisicamente o verbalmente, trasformandola in vittima. A quel punto, un po’ come rappresentato in modo ironico in “Pulp Fiction” da Bruce Willis, il “cattivo padre”, impietosito, cerca di aiutare la propria “cattiva metà” e prova a consolarla (tornaconto d’attenzione). La “cattiva madre”, però, inconsciamente ha paura che il perdono significhi ritornare all’anonimato, alla carenza d’attenzione. Nasce perciò in entrambi la sensazione sotterranea che il rapporto vittima/carnefice possa tornare utile al raggiungimento del proprio tornaconto. In analisi transazionale viene chiamato “copione e gioco psicologico”: ogni relazione ha degli schemi ricorrenti che possono crearlo. Per fermare questo meccanismo bisogna scoprirlo, aggirare “le esche” che entrambi i partner possono mettere lungo la strada. Il “cattivo padre” può essere maschio o femmina: non è detto che la figura corrisponda con il genere sessuale della persona.

3. Come possono per te, uomini e donne, “riprendere a danzare” (come dicevi nel tuo commento)? Ci sono delle pratiche, delle “scuole di pensiero” o delle attività che consiglieresti?

“La danza” oggi non funziona, perché esistono dei pregiudizi che ci bloccano fin da piccoli (il meccanismo è nel nostro DNA ormai da diversi secoli). Ad esempio: fare la mamma significa morire come donna. E’ una credenza non vera, ma ancora oggi esistente. Oppure: fare carriera significa abdicare al ruolo di donna e di mamma, perché bisogna essere simili all’uomo. E quest’ultimo ha le stesse difficoltà, però al contrario. L’uomo deve evitare le emozioni perché l’uomo “vero” non le prova. Altrimenti, se ammettesse di avere paura, come potrebbe salvare la principessa dal drago? Siamo stati educati con quest’immagine iconica, dove la donna è ferma, imprigionata, e l’uomo cerca di salvarla. Questo modello non è più attuale: sarebbe bello avere una situazione d’alternanza, in cui uomini e donne si aiutano reciprocamente, massimizzando l’uso dei propri talenti. Si scoprirebbe così l’effettiva utilità di entrambi nella costruzione di un vivere sostenibile e piacevole.

Credo che un modo per “riprendere a danzare” sia quello di dare l’esempio a scuola, creando dei momenti di riflessione in cui i ragazzi riescano ad osservare le dinamiche, per elaborarle in modo costruttivo. Purtroppo, finora non ho trovato alcuna scuola che abbia strutturato un percorso come questo (e non è detto che sia l’unica soluzione possibile, anzi). Secondo la mia esperienza, i principi di coaching possono essere utili a prevenire questo meccanismo, lavorando sulle responsabilità individuali e di team (“disinnescare”). Chiaramente il coaching non ha lo scopo di aiutare la persona a risolvere le proprie problematiche, in quel caso ci vogliono strumenti differenti, come la psicoterapia.

In termini di analisi della situazione, può essere molto interessante acquisire qualche elemento di analisi transazionale (AT di Eric Berne), perché consente di modellare le dinamiche esistenti: il fine è prendersi la responsabilità di evitare questo meccanismo perverso e uscirne il più velocemente possibile.

Ringrazio di cuore Fabio per questi utilissimi spunti. La condivisione è uno dei miei nuovi motivi fondanti: con questo intento curo il blog, faccio musica, poesia, e tutto il restoI risultati sono stupefacenti, perché si crea un circolo virtuoso in cui anime affini hanno la possibilità di esprimersi e donare qualcosa di sé. Se c’è una cosa che ho capito ultimamente, è che “insieme” è una parola piena di forza e grazia, da cui non posso più prescindere. Ringrazio di cuore tutti coloro che mi supportano, in tutti i modi possibili: possiamo fare sempre di più, non da soli ma insieme, appunto.

Sybell

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